Il finanziamento privato dell’arte
Quando si parla di soldi e cultura, il Sole 24 Ore mi pare l’unico a fare la cosa più sensata: andare a vedere come funziona negli altri paesi. Qualche giorno fa Gianluca Salvatori esaminava la riforma universitaria in Finlandia (fonte); ora Giovanna Amadasi, sul cartaceo, spiega i rapporti fra imprese e beni culturali in Gran Bretagna:
In Gran Bretagna, dal 1984 al 2008, ogni istituzione culturale che riusciva ad ottenere un finanziamento privato veniva premiata tramite un contributo pubblico: il tutto grazie all’ “Investiment Program” promosso da Arts&Business, associazione non profit che ha contribuito a rendere il sistema culturale inglese uno dei più efficienti e qualitativamente eccellenti al mondo. Ma questa formula è stata da poco sospesa per mancanza di fondi: un campanello d’allarme, proprio nel momento in cui i grandi sponsor privati sono travolti dagli eventi finanziari. Ma è proprio in un momento come questo che si potrà verificare quanto l’abitudine a sostenere la cultura sia entrata a far parte del Dna di manager e imprenditori inglesi. “Negli anni 80 il fund raising praticamente non esisteva” dice Colin Tweedy, a capo di Art&Business da 25 anni. “Oggi invece la Tate ha nel suo organico 50 esperti estremamente professionalizzati e formati”. Una crescita che ha portato […] gli investimenti privati in cultura in Gran Bretagna da 380 milioni di sterline nel 2001 a 600 milioni nel 2007. Un passaggio favorito anche dal coinvolgimento dei top manager nei comitati direttivi di musei, accademie musicali e teatri. Una strategia avviata negli anni 80 che ha contribuito a trasferire le competenze di business ai gestori della cultura e quelle culturali ai manager […]
Wow, chissà cosa ne direbbe il Governo Onda.
